Come funziona la Terapia Cognitivo Comportamentale


Cos'è la Terapia Cognitivo-Comportamentale?


L a Terapia Cognitivo-Comportamentale è:

focalizzata sul presente e sul problema da risolvere. Questo approccio non considera fondamentale l’analisi del passato. Il racconto della storia del paziente e delle sue precedenti esperienze servono a comprendere come si è sviluppato il suo disturbo, ma non costituiscono un elemento della terapia. Le cause del malessere del paziente sono da rintracciarsi nel presente.

Fissa un obiettivo preciso da raggiungere. Terapeuta e paziente fissano insieme sia l’obiettivo finale della terapia, sia gli obietivi intermedi. è relativamente limitata nel tempo .Già dopo alcune settimane di terapia, il paziente comincia a notare dei miglioramenti. A seconda del disturbo da trattare, la terapia può durare da 4-5 mesi a 1 anno; in certi casi anche di più, sempre che la frequenza alle sedute sia regolare ed il paziente svolga regolarmente gli” homework” assegnati di cui tratterò più avanti.

Richiede la collaborazione attiva del paziente. Il paziente ha un ruolo primario nel processo terapeutico.Viene reso sempre più attivo fin dalle prime sedute e viene coinvolto nell’identificazione degli interventi più adatti a risolvere il suo problema. Sceglie l’argomento su cui lavorare in seduta, e collabora col terapeuta alla scelta degli obiettivi da raggiungere e degli “homework”.

Quando si manifestano sintomi oppure quando la persona sta attraversando un periodo di crisi a livello familiare, lavorativo o esistenziale con un forte senso di insoddisfazione e la sensazione di trovarsi in un momento di stallo, quando si trova in un momento di difficoltà psicologica temporanea o deve prendere una importante decisione di vita oppure si trova a dover affrontare un grande cambiamento, può chiedere una consulenza psicologica. Durante la consulenza, che comprende 2 o 3 sedute, si cerca di chiarire la situazione di disagio del cliente, vengono discussi alcuni aspetti e si cerca di determinare quali siano le strade possibili da seguire per alleviare il disagio. Si valuta la necessità di ricorrere all’aiuto di altri specialisti, si cerca di capire se gli interventi cosiddetti di auto-aiuto o training psicologici specifici possono essere sufficienti a risolvere il problema o se, invece, è il caso di intraprendere una psicoterapia. Si forniscono tutte le informazioni relative al training o al tipo di terapia eventuale, alla durata, ai costi, allo svolgimento delle sedute. Il paziente incomincia a conoscere il terapeuta e può rendersi conto se si trova a proprio agio con lui, se può fidarsi, se si sente capito.

Al termine delle sedute di consulenza, il paziente deciderà se intraprendere un percorso terapeutico. L’intervento terapeutico vero e proprio viene preceduto da una prima fase di alcune sedute (3-4) chiamata Assessment. In questa fase si raccolgono quanti più dati ed informazioni possibili sul cliente: la condizione di vita attuale, la storia della sua vita, la storia clinica (medica, psichiatrica, psicologica), la descrizione dei sintomi e dei suoi problemi (familiari, relazionali, lavorativi), l’insorgenza del disturbo. Vengono individuati gli eventi antecedenti che si manifestano regolarmente prima del sintomo o della situazione problematica e le conseguenze che immediatamento la seguono.

L’assessment include i primi colloqui col cliente, la compilazione di questionari, le informazioni provenienti da altri professionisti ( medici, psichiatri, psicologi, insegnanti, ecc) che potrebbero fornire informazioni rilevanti e soprattutto l’automonitoraggio fatto dal cliente stesso. L’assessment inizia col primo contatto con il possibile paziente, ma continua per tutta la durata della terapia. Se esiste, infatti, una prima fase molto importante di raccolta di informazioni per poter ben comprendere il problema presentato ed impostare un adeguato piano terapeutico, è pur vero, come sostiene Cionini, che l‘assessment continua per tutto il trattamento, in quanto il terapeuta verifica continuamente la conoscenza che ha del paziente e può modificare la scelta fatta della strategia da usare in base a nuove informazioni emerse in seguito, alla rispondenza del paziente e ai riscontri ottenuti.

In questa fase, forse la più impegnativa di tutta la terapia, emerge quanta consapevolezza il paziente ha di se stesso, dei suoi pensieri, delle sue emozioni, quanta conoscenza ha del suo problema. Si evidenziano i meccanismi che spontaneamente ha messo in atto per far fronte alle sue difficoltà, le risorse che possiede e quelle che sono da sviluppare. Questa fase serve a capire come è nato il suo problema e cosa lo mantiene nel presente, che significato ha nella vita del paziente.

Durante l’assessment si crea anche l’alleanza terapeutica, fattore chiave nell’evoluzione della terapia e nel suo esito. L’alleanza terapeutica è il cardine della terapia. L’alleanza terapeutica permette di creare quel setting protetto nel quale il paziente diventa sicuro di trovare totale accettazione, comprensione, sostegno. Nel quale può stabilire la fiducia necessaria per poter manifestare se stesso e guardare, come in uno specchio, dentro di sè per poter diventare consapevole anche di quegli aspetti, di quegli atteggiamenti o emozioni che, ritenuti negativi, disdicevoli, anche distruttivi, generalmente, non si vogliono riconoscere e si tengono al di fuori della propria consapevolezza. L’alleanza terapeutica fornisce, attraverso l’accettazione e la assenza di giudizio, quel clima umano che permette di sperimentare nuove modalità relazionale che a poco a poco si sostituiranno ai vecchi schemi relazionali disfunzionali. Durante l’assessment, si definisce, infine, l’obiettivo preciso che si vuole raggiungere con la terapia.

La cadenza delle sedute è, (tranne in casi particolari) settimanale. Sedute più distanziate nel tempo perdono la loro efficacia. Solo alla fine gli incontri diventano più diradati nel tempo per effettuare un feedback. Le sedute hanno la durata di 50 minuti.

Una convinzione molto diffusa tra coloro che non hanno mai intrapreso una psicoterapia, è che il terapeuta faccia “qualcosa” per far guarire il paziente. Con il metodo usato nella Terapia Cognitivo-Comportamentale nel giro di poche sedute, i pazienti acquisiscono la consapevolezza di essere gli artefici del loro cambiamento. Il paziente viene, infatti, responsabilizzato al raggiungimento dell’obiettivo stabilito e reso parte attiva del processo terapeutico.

Nella settimana tra una seduta e l’altra è chiamato perciò a svolgere dei compiti e dei semplici esercizi che sono denominati “Homework” che vanno dalla semplice osservazione di se stesso e della situazione che provoca il disagio, alla registrazione scritta dei pensieri (dialogo interno), alla identificazione e descrizione delle emozioni provate, alla ricerca di modalità alternative di comportamento.

Nella pratica della Terapia Cognitivo-Comportamentle, una parte centrale molto importante è data dall’assegnazione degli “Homework”, che hanno una ben precisa finalità terapeutica. Innanzitutto, l’uso degli homework crea una continuità tra una seduta e l’altra e consente di mantenere limitata nel tempo la terapia stessa. I tempi di un cambiamento sarebbero altrimenti molto più lunghi, se il paziente si limitasse a lavorare soltanto durante la seduta.La pratica degli homework, iniziata con gli autori che , a metà degli anni ’50, hanno contribuito all’affermazione del modello cognitivo-comportamentale (quali Ellis, Beck, Mahoney, Meichenbau), è attualmente accettata e condivisa dalla maggioranza dei terapeuti di questo approccio.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale adopera sia una vasta gamma di homework della tradizione comportamentista sia quelli del cognitivismo dal momento che attribuisce alle cognizioni un ruolo fondamentale nel determinare e mantenere i disturbi psicologici, nonchè alla stretta connessione con emozioni e comportamenti. Esistono, infatti homework che sono degli esercizi comportamentali come la registrazione scritta della situazione problematica, il diario alimentare o quello delle attività piacevoli e spiacevoli svolte in una giornata tipica, gli esercizi anti-vergogna o quelli di rilassamento. Esistono poi degli esercizi cognitivi come le tecniche di immaginazione, l’osservazione del dialogo interno, la discriminazione, la valutazione e la messa in discussine dei pensieri illogici, ecc. Ed esistono, infine, esercizi che riguardano le emozioni. E’ abbastanza ovvio che non sempre è possibile una netta distinzione tra i tre tipi di esercizi, i tre aspetti si intersecano e si influenzano reciprocamente.

Gli homework non sono mai imposti al paziente, ma sempre concordati di comune accordo. Dovrebbero essere la logica conclusione di una seduta. Se si è discusso di un aspetto specifico del problema, gli homework dovrebbero riguardare appunto quell’aspetto ed è il paziente che sceglie cosa ritiene opportuno e si sente di provare. Gli homework non sono però mai vaghi e generici; è importante che siano definiti in maniera dettagliata, in modo tale da non generare confusione, graduali nella difficoltà.

Nella seduta successiva gli homework vengono verificati e discussi. Questo momento è un’ulteriore occasione per il paziente per affrondire la conoscenza di se stesso, per accrescere la consapevolezza delle sue potenzialità, per rinforzare il suo impegno e la motivazione a proseguire nel processo del suo miglioramento. Se si tratta di compiti scritti, la loro utilità è anche maggiore. Il “mettere nero su bianco” è una tecnica che serve innanzitutto a prendere consapevolezza e diventare più obiettivi rispetto al problema descritto. E’ un’ottima valvola di sfogo per l’emotività connessa alla situazione. Infine serve per monitorare i progressi compiuti dal paziente che, specialmente in momenti di scoraggiamento, può confrontare la sua condizione presente con quella di qualche settimana precedente oppure può accorgersi che l’ansia o un’altra emozione negativa del momento fanno apparire la situazione di quanto non sia nella realtà.

Esistono homework specifici per i vari disturbi psicologici e per i vari problemi. Ci sono gli homework per i disturbi di ansia e quelli per la depressione. Ci sono homework specifici nei problemi di aggressività o nei problemi di sensi di colpa, come pure ci sono quelli che si suggeriscono nei training per migliorare il proprio benessere e per migliorare la relazione tra genitori e figli o nella terapia di coppia.

Alla fine della terapia, una volta raggiunto l’obiettivo che ci si è prefissato, unizia un’ultima fase del processo terapeutico detta di follow up. Quando il paziente comincia a stare meglio, le sedute vengono fatte ogni 15 giorni, poi dopo 1 mese, e poi dopo 4-6-12 mesi. Questa fase serve per valutare gli esiti della terapia e per il mantenimento dei risultati ottenuti, allo scopo di prevenire delle ricadute.


Cerchi Uno Psicologo a Milano? Chiedimi informazioni



Contattami

o chiama al numero: 333.32.06.701